VITAMINA A
Lattività biologica della vitamina A è attribuibile sia al retinolo e analoghi (detti retinoidi, fra i quali il retinale e lacido retinoico) che a vari carotenoidi che possiedono attività provitaminica. Il retinolo è presente in natura solo nei tessuti animali sotto forma di retinil-esteri, mentre nei vegetali prevalgono i carotenoidi. Questi sono largamente diffusi in natura, e fino ad oggi ne sono stati caratterizzati circa 600 tipi diversi raggruppabili in carotenoidi idrocarboniosi (caroteni) e loro derivati ossigenati (oxicarotenoidi o xantofille). Di queste 600 molecole solo il 10% circa possiederebbe unattività provitaminica, e tra queste ultime il á -carotene è sicuramente il più diffuso ed attivo.
Già negli anni sessanta, un Comitato FAO/WHO (1967) aveva stabilito che i livelli di assunzione giornaliera di vitamina A fossero per convenzione indicati in termini di Retinolo-Equivalenti (RE), anche se è ancora possibile ritrovare lattività vitaminica espressa come Unità Internazionali (IU). Le relazioni di equivalenza esistenti tra i diversi termini vengono così riassunte:
1 RE = 1 m g retinolo = 6 m g á -carotene = 12 m g altri carotenoidi.
1 IU = 0,3 m g retinolo = 1,8 m g á -carotene = 3,6 m g altri carotenoidi.
1 RE = 3,33 UI
Le diverse forme provitaminiche vengono assorbite, trasformate in retinolo ed esterificate a livello della mucosa intestinale. Gli esteri del retinolo (soprattutto il retinolo palmitato) vengono immagazzinati nel fegato, da dove verranno immessi in circolo, a seconda delle necessità, dopo idrolisi a retinolo libero. Il retinolo circola nel plasma legato ad una proteina trasportatrice (Retinol Binding Protein - RBP) dalla quale viene quindi liberato a livello dei tessuti che lo utilizzano. I livelli plasmatici di retinolo sono finemente regolati da un meccanismo omeostatico, e si mantengono perciò a valori pressochè costanti. Livelli plasmatici inferiori ai 20 m g/dl sono un indice di esaurimento delle riserve epatiche (FAO/WHO, 1988).
La vitamina A è indispensabile per il meccanismo della visione e per la differenziazione cellulare; di conseguenza è necessaria per la crescita, la riproduzione e lintegrità del sistema immunitario.
Carenza e tossicità
Un primo segno della carenza di vitamina A è dato dal diminuito adattamento alla luce di bassa intensità (cecità notturna). Stati più avanzati di carenza si manifestano con secchezza della congiuntiva e della cornea (xeroftalmia), e quindi con danni permanenti allocchio che possono condurre alla cecità totale.
Sintomi di tossicità acuta si verificano per apporti di 300 mg di vitamina A. Sono più frequenti i casi di tossicità cronica legati ad assunzione prolungata di dosi anche non così elevate ma superiori alle capacità di stoccaggio del fegato, sia attraverso uneccessivo consumo di alimenti ricchi in vitamina A (ad esempio fegato di vari animali) che attraverso luso di supplementi vitaminici. Viene suggerito di non superare dose singole di 120 mg e di non superare assunzioni croniche di 9 mg/die nelluomo adulto e 7,5 mg/die nella donna (Bauernfeind, 1980; Commission of the European Communities, 1993). Nella donna in stato di gravidanza, sarebbero a rischio ingestioni croniche superiori ai 6 mg/die, mentre consumi prolungati a 30 mg/die hanno quasi sicuramente un effetto teratogeno sul feto (Hathcock et al., 1990). Di conseguenza, in gravidanza non vanno assunti supplementi di vitamina A se non dietro prescrizione medica. Tale supplementazione non deve in nessun caso superare i 6 mg/die (Commission of the European Communities, 1993).
Il ß carotene, invece, non causa ipervitaminosi A, perchè non può essere convertito a retinolo con sufficiente velocità.
Livelli di assunzione e fonti alimentari in Italia
Le maggiori concentrazioni di retinolo sono presenti nel fegato di animali sia marini che terrestri, e quindi anche nellolio di fegato di pesce; un discreto contenuto di retinolo e di caroteni è presente nelle uova e nel latte; abbondanti quantità di carotenoidi sono invece presenti nei vegetali ad elevato contenuto di clorofilla e/o di pigmenti (soprattutto frutta e ortaggi di colore giallo-arancione).
In Italia, come negli altri Paesi europei, la principale fonte di vitamina A è costituita dal retinolo preformato. Tuttavia, lassunzione di carotenoidi è particolarmente elevata per via dellelevato consumo di frutta e ortaggi, ed in particolare di pomodori. È stata stimata lassunzione totale di á -carotene: 700 RE nel Sud Italia contro 500 RE nel Nord (Ferro-Luzzi et al., 1994).
Secondo i dati ottenuti dallindagine sui consumi alimentari delle famiglie 1980-84, il consumo medio di vitamina A è di circa 1400 RE/die (Saba et al., 1990). Negli anziani il consumo è inferiore (800 RE/die negli uomini e 600 RE/die nelle donne) e diminuisce con lavanzare delletà (Scaccini et al., 1992). Nonostante ciò i livelli plasmatici di retinolo scendono raramente sotto i 20 µ g/dl (solo nel 6% dei soggetti anziani) (Maiani et al., 1992).
Livelli di assunzione raccomandati
Considerando che in Italia, così come in Europa, non si riscontrano casi di carenza di vitamina A agli attuali livelli di ingestione, e considerando daltro canto il rischio associato allingestione cronica di quantità anche non molto elevate di vitamina A, si propone di adeguarsi alle raccomandazioni CEE basate su rilevamenti di consumi in popolazioni utilizzate come campioni di riferimento (Commission of the European Communities, 1993). Nelladulto, tali raccomandazioni corrispondono a quelle dei precedenti LARN.
Nel caso dei bambini nel primo anno di vita, le raccomandazioni sono basate sul contenuto di vitamina A nel latte materno, che porta ad unassunzione di 350 RE/die.
I livelli raccomandati nella donna che allatta vengono aumentati della stessa quantità (350 RE/die).
Nel caso della gravidanza, considerando la necessità di una maggiore quantità di vitamina A per la crescita e il mantenimento del feto, per la costituzione delle sue riserve e per la crescita dei tessuti materni, si raccomanda un aumento dei livelli raccomandati di 100 RE/die, sufficienti per garantire adeguate riserve.
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VITAMINA E
La vitamina E è presente in natura in otto forme, la più importante delle quali è la -tocoferolo; le altre forme (ß , g , d tocoferolo) contribuiscono scarsamente alla quantità di vitamina E assunta con la dieta. A scopo nutrizionale, le quantità di vitamina E vengono espresse per lo più in Tocoferolo Equivalenti (TE), ma talvolta anche in Unità Internazionali (IU); dove
1 Tocoferolo Equivalente = 1 mg R-R-Ra -tocoferolo = 1,5 IU
= 2 mg ß -tocoferolo = 3 mg a -tocotrienolo = 10 mg g -tocoferolo.
LR-R-Ra -tocoferolo (prima chiamato d-a -tocoferolo) è il composto naturale, dotato della maggiore attività biologica. Il composto sintetico racemico (prima chiamato dl-a -tocoferolo) è dotato di 3/4 dellattività del composto naturale.
Lassorbimento dei tocoferoli avviene a livello dellintestino tenue mediante un processo di diffusione passiva che richiede lazione degli acidi biliari. Lefficienza dellassorbimento dei tocoferoli e dei loro esteri varia dal 20 al 40%, a seconda delle condizioni fisiologiche e nutrizionali. Dalla mucosa intestinale i tocoferoli passano prima nella circolazione linfatica e poi in quella sistemica, dove sono veicolati dalle lipoproteine. Dalla circolazione periferica i tocoferoli sono captati dal fegato e dai tessuti extraepatici, dove vengono concentrati nelle strutture membranose delle cellule (mitocondri, microsomi, membrane plasmatiche e nucleari). I depositi quantitativamente più rilevanti sono rappresentati dal tessuto adiposo (150 µ g/g), dal muscolo (19 µ g/g) e dal fegato (13 µ g/g).
Lazione biologica della vitamina E è dovuta principalmente (e forse esclusivamente) alle sue proprietà antiossidanti: essa previene la propagazione dellossidazione degli acidi grassi poliinsaturi (PUFA), sequestrando i radicali perossilipidici. Questa sembra essere la funzione fondamentale della vitamina E nei tessuti animali ed in particolare nelle membrane cellulari, dove il tocoferolo si trova associato ai PUFA nei fosfolipidi.
Carenza e tossicità
Situazioni di carenza in vitamina E non si riscontrano in individui normali. Infatti la maggior parte delle diete ne contengono adeguate quantità. Di conseguenza, le sindromi da deficienza vitaminica sono state definite in individui con difetti metabolici. Bambini ed adulti incapaci di assorbire od utilizzare la vitamina E in modo adeguato possono sviluppare disordini neurologici caratteristici e progressivi che coinvolgono il sistema nervoso centrale e periferico, la retina ed i muscoli. I danni si sviluppano solo dopo diverso tempo, con livelli plasmatici di vitamina E estremamente bassi, cioè molto al di sotto di 0,5 mg/dl.
La vitamina E è scarsamente tossica rispetto alle altre vitamine liposolubili. Poichè viene talvolta utilizzata sotto forma di supplementazione orale nella prevenzione di processi patologici nei quali sono implicati i radicali liberi, è stata testata la sua sicurezza duso. Si è visto che solo oltre i 2000 mg/die alcuni soggetti mostrano disturbi, soprattutto a livello intestinale (Bendich & Machlin, 1988).
Fonti alimentari, livelli di assunzione e stato nutrizionale in Italia
Sono particolarmente ricchi di tocoferoli i semi in generale, alcuni cereali, la frutta e gli oli vegetali, con una distribuzione che è legata a variazioni intraspecifiche, ai diversi gradi di crescita, alla stagione, alle modalità di raccolta e lavorazione, ai tempi e modi di conservazione dellalimento. Negli oli di semi di girasole e di oliva è presente la forma a, mentre nellolio di soia si trova soprattutto la forma g , che ha una attività biologica inferiore. Nelle margarine il contenuto e la quantità di vitamina E variano con il tipo di olio di origine. Data la loro natura chimica, i tocoferoli sono soggetti ad ossidazione ed alla formazione di forme chinoniche, di dimeri e di trimeri; queste reazioni sono accelerate dalla luce, dal calore, dalla presenza di alcali, ferro e rame, che sono catalizzatori delle reazioni ossidative. Tuttavia, la presenza di altri antiossidanti nello stesso alimento, come lacido ascorbico, e/o di agenti chelanti, riduce le perdite ossidative. Le preparazioni domestiche, quali la bollitura, la frittura e la cottura al forno, comportano a volte perdite rilevanti, ma di difficile valutazione generale, data la molteplicità delle variabili interferenti. Si deve infine ricordare le perdite anche dell80% del contenuto in vitamina E che si possono avere durante i processi di raffinazione, deodorazione, sbiancamento e idrogenazione degli oli (Bauernfeind, 1980; Holland et al., 1992).
Poichè segni clinici di carenza non sono riscontrabili, un indicatore dello stato di nutrizione per la vitamina E comunemente utilizzato è quello del livello plasmatico. Un valore inferiore a 0,5 mg/dl (valore al di sotto del quale aumenta la tendenza ad emolizzare degli eritrociti) è considerato segno di carenza. Questo indicatore è stato utilizzato in studi su popolazioni anziane. Maiani et al. (1990), in uno studio multicentrico, non hanno riscontrato stati di malnutrizione da vitamina E. Porrini et al. (1987), in uno studio su individui anziani non istituzionalizzati delOltrepò Pavese, hanno trovato livelli plasmatici bassi nel 2,5-5% della popolazione e livelli marginali nel 10% della stessa popolazione.
Livelli di assunzione raccomandati
Il fabbisogno di vitamina E è strettamente legato allapporto di altri nutrienti, ed in particolare di acidi grassi poliinsaturi (PUFA), e va quindi definito in rapporto ad essi. Di conseguenza, non è stato stabilito un fabbisogno minimo giornaliero. La discriminante primaria è la quantità di PUFA della dieta; altre discriminanti sono rappresentate dalle quantità di selenio e di amino-acidi solforati, che fanno parte del sistema di difesa antiossidativo enzimatico della glutatione perossidasi che coadiuva il tocoferolo nelle difese antiossidative. Poichè esiste unalta variabilità individuale nellassunzione di PUFA, risulta difficile stabilire delle raccomandazioni nutrizionali precise per la vitamina E.
Accettando come adeguato un valore di 0,4 per il rapporto tocoferolo equivalenti/ g PUFA - secondo quanto riportato dalla Commission of the European Communities (1993) - e considerando che i consumi medi di PUFA nella popolazione italiana sono intorno ai 20 g (Saba et al., 1991), si può suggerire in prima approssimazione un livello raccomandato intorno agli 8 mg/die per la popolazione media italiana. In ogni caso i valori non debbono scendere al di sotto di 3 e 4 mg/die, per donne e uomini rispettivamente (Commission of the European Communities, 1993).
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VITAMINAD
Le due forme principali di vitamina D sono il colecalciferolo (vitamina D3), che deriva dal colesterolo ed è sintetizzato dagli organismi animali, e l'ergocalciferolo (vitamina D2), che deriva dall'ergosterolo ed è presente nei vegetali. Le due forme hanno circa la stessa attività nelluomo, per cui normalmente si usa il termine vitamina D per indicare ambedue le forme.
Per svolgere la sua attività biologica la vitamina D deve subire due idrossilazioni (Combs, 1992). Nel sangue la vitamina D è legata ad una proteina che la lega specificatamente (DBP) e la trasporta al fegato, dove avviene la prima idrossilazione a 25-idrossivitamina D (25-OH-D). La formazione di 25-OH-D non è sottoposta a regolazione stretta, per cui, in seguito allassunzione di dosi elevate di vitamina D, i livelli circolanti di questo metabolita possono aumentare di centinaia di volte. La 25-OH-D viene poi trasportata dalla DBP ai tubuli renali prossimali dove viene convertita a 1,25 diidrossivitamina D (1,25-(OH)2-D). I livelli circolanti di 1,25-(OH)2-D non sono influenzati dallo stato vitaminico D, eccetto che in situazioni di severa deplezione. La sua sintesi è infatti strettamente regolata con un meccanismo a feedback, e dipende soprattutto dal fabbisogno di calcio e fosforo dellorganismo (Reichel et al., 1989; Kumar, 1986).
La 1,25-(OH)2-D è la forma attiva della vitamina D. Le sue funzioni principali sono: la stimolazione dell'assorbimento del calcio e del fosforo a livello intestinale; la regolazione, in sinergia con l'ormone paratiroideo, dei livelli plasmatici di calcio; il mantenimento di una adeguata mineralizzazione dello scheletro (Combs, 1992, Miller et al., 1984). Inoltre può essere direttamente coinvolta in un certo numero di processi non legati all'omeostasi del calcio e del fosforo (es: differenziamento cellulare, funzione neuromuscolare), mediante meccanismi non ancora chiariti.
La vitamina D non è una vitamina in senso stretto, poichè il suo precursore, il 7-deidrocolesterolo, viene sintetizzato dall'organismo e convertito nella pelle a provitamina D per azione della luce solare (Webb & Holick, 1988). Questa sintesi dipende dallo spessore e dalla pigmentazione della pelle, dalla qualità ed intensità delle radiazioni UV (sono efficaci per la sintesi solo le radiazioni comprese tra 290 e 315 nm) e soprattutto dalla superficie esposta e dalla durata dellesposizione. La vitamina D può essere sintetizzata ed accumulata nei mesi estivi così da mantenere un adeguato livello circolante di 1,25-(OH)2-D anche nei mesi invernali. Se la sintesi endogena risulta insufficiente (specifiche condizioni climatiche, abitudini di vita, età), è necessario un apporto di vitamina D con la dieta o con la supplementazione.
Carenza e tossicità
I segni precoci di carenza di vitamina D sono: diminuita concentrazione serica di calcio e fosforo (come risultato del diminuito assorbimento a livello intestinale), iperparatiroidismo secondario ed aumento dell'attività della fosfatasi alcalina nel siero. A questo stadio si possono avere convulsioni da ipocalcemia. Segni più tardivi sono: inadeguata mineralizzazione dello scheletro (rachitismo o osteomalacia), debolezza muscolare, dolori e deformazioni alle ossa (Combs, 1992).
Segni di intossicazione acuta e cronica (nausea, diarrea, poliuria, perdita di peso, ipercalcemia, ipercalciuria, nefrocalcinosi, ridotta funzione renale o calcificazione dei tessuti molli) sono stati evidenziati dopo somministrazione prolungata di 250-1250 µ g/die di vitamina D (Anning et al., 1948). I segni di intossicazione si manifestano per livelli circolanti di 25-OH-D superiori a 100 ng/ml. Lipercalcemia è stata descritta occasionalmente in bambini ai quali venivano somministrate altissime dosi di vitamina D (15 mg ogni 6 mesi) come profilassi antirachitica (Markestadt et al., 1987). Si consiglia in ogni caso di non superare il livello massimo di 50 µ g/die (Commission of the European Community, 1993).
Livelli di assunzione e stato di nutrizione in vitamina D in Italia
Non sono state svolte indagini specifiche sui livelli di assunzione della vitamina D nella dieta italiana.
Il contenuto in vitamina D degli alimenti viene generalmente espresso in peso, ma la vecchia Unità Internazionale (UI) è ancora in uso (1UI = 0,025 µ g di vitamina D). Solo pochi alimenti, tutti di origine animale, contengono quantità significative di vitamina D. Lolio di fegato di merluzzo ne è ricchissimo (210 æ g/100g), ma non viene abitualmente consumato. Tra i pesci, quelli grassi ne possono contenere fino a 25 æ g/100g (salmone, aringa, ecc. ), tra le carni solo il fegato ne contiene oltre il livello di tracce (0,5 æ g/100g), tra i derivati del latte solo il burro (fino a 0,75 æ g/100g) e i formaggi particolarmente grassi (fino a 0,5 æ g/100g) (Holland et al., 1991), mentre le uova ne contengono circa 1,75 æ g/100g. I consumi medi di formaggi grassi (9 g/die), uova (24 g/die), frattaglie (6 g/die) e pesce (19 g/die) nella popolazione italiana (Saba, 1990) permettono di ipotizzare che il livello medio di assunzione della vitamina D sia intorno ai 2 æ g/die. Questipotesi viene supportata dai dati ottenuti sulla popolazione americana nella quale, nonostante la larga diffusione degli alimenti fortificati in vitamina D, risultano livelli medi di assunzione di 1,25 a 1,75 æ g/die (USDA, 1983).
La variabile più affidabile per determinare lo stato di nutrizione per la vitamina D è il livello di 25-OH-D nel plasma. Per valori di 25-OH-D compresi tra 10 e 40 ng/ml (Van den Berg et al., 1991) non appaiono segni nè di carenza nè di tossicità. Gli individui che non si espongono alla luce solare possono presentare livelli di 6-8 ng/ml. È stato verificato che la concentrazione di 25-OH-D può invece raggiungere gli 80 ng/ml in soggetti adulti sani dopo prolungata esposizione al sole.
Livelli di asssunzione raccomandati
È difficile formulare delle raccomandazioni per la vitamina D per la popolazione adulta italiana, in quanto, tranne che in situazioni particolari, l'esposizione alla luce solare dovrebbe essere più che sufficiente a coprire le richieste dellorganismo. Tuttavia in tutti i gruppi di popolazione vi sono individui che non ne operano una sintesi adeguata (per insufficiente esposizione alla luce solare o per aumentati fabbisogni) e che quindi devono assumerne una certa quantità con la dieta. Lapporto di vitamina D da raccomandare è quello necessario a mantenere la concentrazione di 25-OH-D nell intervallo ottimale di 10-40 ng/ml.
Gli adulti, a meno che non siano costretti a rimanere in casa, non hanno necessita di assumere vitamina D con la dieta, purchè sia sufficiente l'introduzione di calcio e di fosfato (Markestadt, 1991). Non ci sono informazioni sugli effetti dellapporto alimentare di vitamina D sui livelli di 25-OH-D negli adulti, ma studi condotti su anziani hanno messo in evidenza che un apporto giornaliero di 10 m g/die porterebbe i livelli di 25-OH-D entro l'intervallo desiderato, anche quando la sintesi endogena è minima (Toss et al., 1983).
Nei neonati che non sono supplementati con vitamina D vi è un'alta incidenza di rachitismo. Da studi effettuati sui livelli di 25-OH-D in neonati fra 6 e 11 mesi risulta che lapporto non dovrebbe essere inferiore a 10 µ g/die (Commission of the European Community, 1993).
Anche i bambini sono a rischio di carenza di vitamina D perchè in questa fase della vita il calcio viene depositato rapidamente nelle ossa. Per i bambini da 1 a 3 anni, quindi, quando non si verifica una adeguata esposizione al sole, si consiglia un apporto di vitamina D non inferiore a 10 µ g al giorno (Commission of the European Community, 1993).
I bambini con più di 3 anni e gli adolescenti, che sono in una fase di rapido accrescimento dello scheletro, hanno una richiesta particolarmente elevata di vitamina D, che dovrebbero però riuscire a coprire con unesposizione adeguata al sole. Nel caso di esposizione insufficiente, un'assunzione di 10-15 µ g/die è comunque idonea a mantenere i livelli plasmatici ai valori desiderati (Commission of the European Community, 1993).
In gravidanza e allattamento aumenta il fabbisogno di vitamina D, per l'aumentata utilizzazione di calcio e fosfato nella mineralizzazione dello scheletro in crescita, sia nel feto che nel neonato. Numerosi studi hanno dimostrato che si possono avere stati carenziali a carico non solo della madre ma anche del nascituro per una insufficiente esposizione al sole, specialmente in inverno e nel terzo trimestre di gravidanza. Si raccomanda pertanto l'introduzione con la dieta di 10 µ g al giorno (Cockburn et al., 1980).
Gli anziani sono un gruppo a rischio di carenza di vitamina D, sia per mancanza di esposizione alla luce solare, sia per la diminuita capacità di sintesi endogena legata allavanzare delletà. Per mantenere un livello circolante di 25-OH-D pari a 10-20 ng/ml si consiglia loro, soprattutto se istituzionalizzati, l'introduzione di 10 µ g al giorno (Toss et al., 1983).
Come si può dedurre dal paragrafo sulle fonti alimentari di vitamina D, per arrivare a livelli di 10 o più æ g/die sarebbe necessario un consumo abbondante di pesce grasso e di uova. Sarà dunque difficile arrivare ai livelli raccomandati se non mediante fortificazione di alimenti (formule pediatriche, farine, latte) o supplementazione, nei gruppi di popolazione in cui la sintesi endogena non risulta sufficiente a coprire il fabbisogno (neonato e bambino fino ai tre anni, anziano e donna in gravidanza o allattamento). Negli altri gruppi di popolazione, per i quali buona parte del fabbisogno di vitamina D dovrebbe essere coperto da sintesi endogena, si indicano degli intervalli di raccomandazione, in accordo con quanto riportato dalla Commission of the European Communities (1993).
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VITAMINA K
Vitamina K e il termine generale utilizzato per una serie di composti derivati dal 2-metil-1,4-naftochinone, tra cui i fillochinoni o vitamina K1 (che sono la forma prevalente nella dieta) e i menachinoni o vitamina K2. I fillochinoni sono infatti sintetizzati dalle piante verdi, mentre i menachinoni sono sintetizzati dai batteri e da alcuni attinomiceti. Nelluomo, la vitamina K è il cofattore di una carbossilasi che catalizza la carbossilazione di specifici residui di acido glutammico presenti in alcune proteine per formare residui di acido µ-carbossiglutammico (Suttie, 1984; Shearer, 1990). Tra le proteine che subiscono questa reazione, le principali sono coinvolte nel processo di coagulazione del sangue (protrombina, fattore VII, fattore IX, fattore X ed altre quattro proteine recentemente identificate nel plasma) mentre losteocalcina è presente nella matrice ossea.
La vitamina K viene assorbita rapidamente a livello dellileo prossimale e passa con i chilomicroni nella circolazione linfatica. Come per le altre vitamine liposolubili, lassorbimento necessita di normali funzioni pancreatiche e biliari, ed è quindi favorito dalla presenza concomitante dei grassi. Di conseguenza, tutte le condizioni che determinano malassorbimento dei lipidi compromettono anche lutilizzazione della vitamina presente nella dieta. La vitamina K viene immagazzinata solo in piccole quantità nellorganismo, poichè ha un turnover elevato (emivita di circa 17 ore) (Olson, 1994). Lapporto continuo con la dieta e lassorbimento ad opera del colon sono quindi indispensabili. La sintesi della vitamina K avviene anche ad opera della flora microbica presente nel colon, ma lentità dellassorbimento a questo livello, e quindi il contributo della formo sintetizzata allapporto di vitamina allorganismo non è ancora del tutto noto (Allison et al., 1987). Studi effettuati su animali indicano che tale contributo sarebbe sufficiente a prevenire le malattie da carenza.
Carenza e tossicità
La deficienza di vitamina K determina una sindrome emorragica, a causa dellinadeguata sintesi dei fattori della coagulazione del sangue. I segni clinici vanno da lievi ecchimosi ad emorragie anche fatali. I primi sintomi riguardano lallungamento dei tempi di coagulazione e labbassamento del livello plasmatico di protrombina. Particolarmente a rischio di carenza sono i neonati, poichè hanno scorte ridotte di vitamina (il trasporto placentare della vitamina è limitato) e non hanno ancora sviluppato la microflora intestinale. Inoltre il latte umano non è una buona fonte di vitamina K (Greer, 1995). Dopo i primi 3-4 mesi di vita il rischio di carenza si riduce, tranne che in condizioni particolari, quali la presenza di patologie che determinano malassorbimento, lutilizzo di antagonisti della vitamina K come nella terapia anticoagulante, il trattamento prolungato con antibiotici o una nutrizione parenterale inadeguata. Nell'adulto una carenza severa di vitamina K è raramente di origine alimentare, ed anche una terapia antibiotica non sembra in grado di influire sulla quota proveniente dalla sintesi batterica (Allison et al., 1987).
Il fillochinone e i menachinoni non possiedono tossicità anche se assunti in quantità elevate (Miller & Hayes, 1982). Il menadione invece può determinare anemia emolitica, iperbilirubinemia e ittero. Questa tuttavia non deve essere considerata una forma di ipervitaminosi K, ma leffetto secondario di un composto non fisiologico.
Fonti alimentari, livelli di assunzione e stato di nutrizione
Non sono stati fatti studi specifici sullassunzione di vitamina K, in Italia. Si sa comunque che ne sono ricchi gli ortaggi a foglia verde (spinaci, lattuga, broccoli, cavoli), mentre quantità meno rilevanti si trovano nei cereali, nei prodotti carnei e nei prodotti lattiero caseari (Olson, 1994). I dati sul contenuto di vitamina K negli alimenti sono limitati dalla difficoltà a quantificarne le diverse forme con adeguati metodi analitici.
Lo stato vitaminico K, può essere valutato dalla concentrazione o stato plasmatica di protrombina, del tempo di mediante determinazione coagulazione in condizioni standardizzate (tempo di protrombina) o dalla diminuzione di attività dei fattori della coagulazione vitamina K dipendenti. Attualmente si preferiscono metodi più sensibili, quali la valutazione delle K e concentrazioni ematiche di vitamina dellescrezione urinaria di acido g -carbossiglutammico (Sadowski et al., 1988).
Livelli di assunzione raccomandati
Non è facile determinare il fabbisogno di vitamina K dal momento che risulta difficile indurne la carenza in soggetti sani. Inoltre, la difficoltà di valutare in modo affidabile lo stato della vitamina K, l'incertezza riguardo il contributo della quota proveniente dalla sintesi batterica e la mancanza di valori accurati circa la sua concentrazione negli alimenti rendono difficile la definizione di un apporto raccomandato per la popolazione. Un apporto di 1 µ per kg di peso corporeo al giorno appare adeguato, e sarebbe fornito da una normale dieta mista (Suttie et al., 1988; Olson, 1987).
BIBLIOGRAFIA
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