SINU: Società Italiana di Nutrizione Umana
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La Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) è una Società scientifica senza scopo di lucro
che riunisce gli studiosi e gli esperti di tutti gli ambiti legati al mondo della nutrizione. La SINU aderisce alla FeSIN

Approfondimento sui problemi metodologi dello studio di Mente e coll.

1) Inadeguato è il disegno generale dello studio, basato sull’analisi di 4 coorti raccolte in precedenza per studi di intervento farmacologico NON per ricerche in ambito nutrizionale. Queste coorti sono composte ciascuna da piccoli gruppi di soggetti di diversa nazionalità, provenienti da Paesi con diversissime abitudini alimentari, alcuni con consumo di sodio mediamente molto alto, altri meno: analizzando le sorti di queste persone in relazione al “presunto” consumo di sale mettendole tutte insieme accade inevitabilmente che nella fascia di individui con il consumo più alto ricadranno i soggetti provenienti da Paesi a consumo di sodio più alto (ad es. la Cina) mentre nella categoria con consumo più basso prevarranno i soggetti provenienti da Paesi con consumi più moderati (ad es. l’Inghilterra). E’ evidente che, confrontando gruppi di nazionalità diversa, l’effetto di diverse abitudini alimentari in toto, di diversi stili di vita e di altri fattori di ordine socio-economico associati alla diversa nazionalità influiscono su morbilità e mortalità ben al di là dell’effetto del consumo di sale sovrapponendosi a questo.  L’aggiustamento statistico operato dagli autori riguardo la diversa provenienza geografica dei partecipanti non può essere sufficiente a superare il problema in quanto molto probabilmente comporta un significativo “confondimento residuo”. 
Inoltre i singoli componenti delle 4 coorti, oltre ad essere di varia nazionalità e cultura, presentano caratteristiche personali molto eterogenee, molti essendo ad altissimo rischio cardiovascolare per la presenza di ipertensione, diabete e dislipidemia, altri essendo già infartuati o affetti da scompenso cardiaco, quindi evidentemente in trattamento farmacologico, in molti casi con alte dosi di diuretici. Tutte queste condizioni rendono impossibile valutare il consumo abituale di sale, in quanto falsano i dati di escrezione urinaria ed anche in quanto a tanti di questi pazienti  molto malati sarà stata prescritta una restrizione sodica dai rispettivi medici curanti  (problema di “causalità inversa”); inoltre è impossibile valutare l’eventuale effetto del consumo di sale su morbilità e mortalità in quanto queste sono ovviamente molto più condizionate dalle patologie in corso che dall’effetto di qualsiasi misura di tipo nutrizionale. 

2) Perché parliamo di “presunto” consumo di sale? Perché una singola raccolta urinaria a digiuno al mattino è uno strumento del tutto inadeguato per la stima del consumo abituale di sodio. Gli autori, come hanno già fatto in passato, sostengono di aver provato la validità di questo metodo citando un precedente studio giapponese, continuando ad ignorare l’evidenza di altre analisi approfondite del problema realizzate e pubblicate negli ultimi anni che hanno constatato invece l’impossibilità di utilizzare campioni singoli di urine per la stima del consumo abituale di sodio di una persona: ciò perché l’escrezione di sodio nelle urine varia purtroppo notevolmente nel corso della giornata e addirittura sarebbero necessarie non una ma più raccolte delle 24 ore per definire con una certa accuratezza il consumo di sodio medio di ciascuno di noi. In conclusione, i dati sul consumo di sodio utilizzati dagli autori di questo studio sono semplicemente “spazzatura”.

3) In ogni caso, le persone con consumo di sale “presuntivamente” basso, cioè pari o inferiore a 5 grammi al giorno, sono di fatto molto poche in questo studio per cui pochissimi in assoluto sono gli eventi cardiovascolari che le colpiscono, esattamente 35 (circa il 2% del totale degli eventi registrati). Su un numero così basso di eventi la possibilità di errore nella valutazione statistica è altissimo: è temerario utilizzare questi dati per affermare che la riduzione del consumo di sale al di sotto del valore raccomandato dall’OMS è pericoloso. 
L’analisi statistica eseguita dagli autori suggerisce addirittura che un consumo di sale pari a 17 grammi al giorno (un valore – si badi bene - pari a ben oltre 10 volte il nostro fabbisogno) è meno pericoloso di un consumo pari a 5 grammi o meno, cioè pari al fabbisogno stesso o superiore a questo di una o due volte. Quale credibilità e plausibilità biologica può avere una tale conclusione? Assolutamente nessuna, sia perché un’infinità di studi sperimentali hanno dimostrato con assoluta chiarezza che quantità di sale nella dieta ben inferiori a 17 grammi conducono nel tempo ad alterazioni cardiovascolari e renali gravi e progressive, ma anche semplicemente perché, come paradossalmente gli stessi autori dello studio riconoscono (non potrebbero d’altronde fare altrimenti), a differenze di consumo di sale così grandi corrispondono altrettanto grandi differenze di pressione arteriosa: com’è possibile sostenere che sia preferibile avere valori di pressione più alti quando tutti gli studi disponibili dimostrano che a valori pressori più alti corrispondono più casi di malattia e di morti? 

4) Nel tentativo molto arduo di spiegare il perché di questa sconcertante contraddizione, gli autori si avventurano in ipotesi strampalate secondo le quali la riduzione di sale procurerebbe pericolose alterazioni ormonali (una vecchia storia ampiamente confutata da precisi studi al riguardo) oppure addirittura causerebbe alterazioni a livello immunitario che potrebbero renderci più suscettibili a potenziali infezioni, dimenticando evidentemente che nel terzo millennio le cause di malattia e di morte di gran lunga prevalenti  non sono le infezioni ma le malattie cardiovascolari e le neoplasie.

Progetto editoriale a cura di SICS Editore